Un cambio di passo

Trascorso qualche mese dalle elezioni politiche, dopo faticose elezioni per il Congresso e qualche mese di nuova presidenza, dobbiamo constatare che il progetto di fusione con altri movimenti –  la “Fonderia per l’Italia” – incontra ostacoli che appaiono insormontabili. Difficili i partner e la sintonia, troppo movimentato il quadro politico: in ogni caso la strategia non ha raggiunto i risultati sperati.

Il passaggio decisivo doveva avvenire in questo fine mese di settembre. Dopo vari incontri e partecipazioni alle riunioni e consigli di PRI e PLI, qualche convegno con forze minori di varia natura, diversi contatti sul territorio, i risultati esistono, ma non sono sufficienti al progetto. Un documento comune è sottoposto a troppe limature, non annuncia la fusione e forse neppure le alleanze a termine. I partner sono troppo piccoli e pieni di dubbi, in alcuni casi rappresentano visioni della politica e dell’economia distanti da quelle di Fare. Quelli più importanti e a noi affini non partecipano.

I passaggi previsti per il mese di ottobre non si possono fare, occorre più tempo. Fallito il progetto di “Forneria”, il Congresso annunciato a ottobre e poi promesso ancora a Monza per novembre non si farà. L’ultima dichiarazione della presidenza lo segnala a gennaio, ma si intuisce all’orizzonte di febbraio, forse marzo.

Con le elezioni europee in primavera, vi sono poche speranze di mettere insieme un movimento capace di affrontare la sfida: è escluso il superamento dello sbarramento nazionale del 4% con FARE+PLI+PRI+piccoli movimenti. Siamo freddi anche sulle prossime elezioni amministrative, a cui rimedia fortunatamente l’iniziativa spontanea dei comitati e dei territori. Siamo esterni al perimetro del dibattito politico nazionale. Soprattutto, non si prefigura un’alternativa all’idea di fusione, non c’è un piano B, un progetto sostitutivo. Si può solo prender tempo.

Anche il programma generale stenta a realizzarsi. I 40.000 nuovi iscritti restano un miraggio, così come le nuove risorse finanziarie, stimate in importi di milioni di euro. Anche l’annunciato “liquid feedback” è sostanzialmente inutilizzato e privo di influenza. Ciò malgrado, a livello locale e in molte occasioni, gli iscritti e i simpatizzanti si dedicano con impegno, passione ed intelligenza alla crescita di Fare. A loro dobbiamo essere tutti riconoscenti.

La linea politica

Eppure condividiamo un progetto politico e un programma di rinnovamento del Paese, sulla riduzione della spesa pubblica, sulla riduzione delle imposte, sulle opportunità e la meritocrazia, e quindi anche su una società aperta e più giusta.

Tuttavia il programma dei dieci punti sembra scomparso dai radar. A buona ragione i fattivi scalpitano, o si nascondono. La domanda di politica e di azione non è mutata, è sempre viva e determinata ed è anche cresciuta. Per rivederla al lavoro, la linea politica e il comune indirizzo devono ritrovare il loro posto nel movimento. Occorre dunque un netto cambio di passo sull’indirizzo politico, occorre tornare allo slancio originario.

Questo Paese ha bisogno del nostro messaggio, della sua dimensione occidentale ed europea. Le idee del movimento devono riprendere e svilupparsi dal Manifesto del 28 luglio 2012 e i dieci punti – dove un pezzo del Paese ha visto una luce e una speranza. E’ un messaggio che va approfondito e articolato nel mutare dello scenario politico, ma che deve tornare a farsi sentire. Dobbiamo non solo criticare ma anche proporre: come abbiamo fatto in passato, e con successo. Insomma, dobbiamo rimetterci in movimento.

Un cambio di metodo

E non basta riprendere un chiaro indirizzo, occorre anche un cambio di metodo.

Dobbiamo superare l’improvvisazione, i toni sbagliati con gli interlocutori politici, dileggiati e allo stesso tempo ricercati come partner per una possibile fusione. Dobbiamo superare lo scontro a favore del dialogo, abbandonare il linguaggio troppo acceso.

Dobbiamo trarre beneficio dall’esperienza comune e difficile di questi mesi, della campagna elettorale e del dopo-Congresso. Siamo stati condizionati dal contesto: durante la campagna, dall’urgenza e in qualche caso dalla fretta; durante la fase congressuale da un sistema fondato sulla contrapposizione. Abbiamo bisogno di un metodo più maturo e solido, che sia migliore di quello dei tempi della campagna e di quello degli ultimi mesi.

Dobbiamo ritrovare uno slancio comune rispettoso di tutte le posizioni, un metodo inclusivo e di ascolto, ma anche capace di decidere e di assumerne la relativa responsabilità. I nostri interlocutori esterni vanno ascoltati, e con loro va individuata l’area del possibile e della mediazione, con rispetto e comprensione.

Una nuova iniziativa politica deve preparare una ripresa dell’attività su basi più solide, con la fermezza, la pacatezza e la forza che i tempi richiedono.

Non possiamo tenere il movimento al palo, non possiamo aspettare fino a primavera inoltrata. Dobbiamo ridare un senso all’attività sul piano politico, caso per caso, Regione per Regione, nei Comitati che sono in grado di riavviare le iniziative.

Davvero, occorre un cambio di passo.

Enrico Martial, Gianbattista Rosa, Silvia Enrico
Membri della Direzione nazionale
FARE per fermare il declino

2 ottobre 2013

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