Il tempo è finito

Cari amici,

come anticipato, oggi in Direzione Nazionale abbiamo presentato una nostra mozione, qui allegata, che – alla luce del completo fallimento dell’azione politica di Fare rispetto alle attese di tutti noi – chiedeva le dimissioni della Direzione Nazionale e del Coordinatore, insieme alla convocazione entro i termini statutari (31 Gennaio) del Congresso, che avrebbe dovuto eleggere la nuova leadership.

La mozione è stata messa ai voti senza alcuna discussione, in un assordante silenzio, e respinta con cinque voti favorevoli e gli altri contrari.

In precedenza si era peraltro discusso della convocazione del Congresso, tema che evidentemente metteva in grande imbarazzo il Coordinatore, perché già avrebbe dovuto tenersi in ottobre-novembre. La proposta della maggioranza, che è stata approvata con il nostro voto contrario, prevede il rinvio del Congresso a Marzo (votazioni nella seconda metà di Febbraio). Ciò significa svuotare di significato politico il Congresso, perché attribuisce alla leadership uscente la gestione di tutti i processi politici e dei conseguenti accordi elettorali in vista delle prossime elezioni Europee e Amministrative (se non anche politiche, vista l’aria che tira). Gli accordi che vengono presi in queste settimane vedono dunque esclusa dalla partecipazione la base degli aderenti, e anche la nuova leadership che uscisse a marzo inoltrato non avrebbe tempo e modo di impostare una propria politica autonoma per gli impegni e la campagna elettorale di aprile e maggio. 

Si tratta quindi di un Congresso farsa.

Risulta evidente quindi che il coordinatore, che si era impegnato a “traghettare” il partito verso la stabilità e una nuova leadership unitaria, mira più che altro a traghettare se stesso verso una stabilità europea, indifferente ai destini del nostro movimento.

A fronte di tutte ciò, intendiamo nei prossimi giorni formalizzare le nostre dimissioni dalla Direzione nazionale, informare tutti gli aderenti di Fare della grave deriva che colpisce il nostro partito, e valutare insieme a loro le azioni conseguenti.

Silvia Enrico, Luca Ludovico, Enrico Martial, Diego Menegon, Gianbattista Rosa
membri della direzione nazionale di FARE per fermare il declino

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ALLA DIREZIONE NAZIONALE
E AL COORDINATORE NAZIONALE DI FARE

 Il tempo è finito

Sono trascorsi ormai oltre cinque mesi dal primo Congresso Nazionale di Fare che ha eletto l’attuale direzione nazionale e Michele Boldrin quale coordinatore nazionale del movimento: nel momento in cui si annuncia il lancio di una nuova e diversa stagione, corre l’obbligo politico e morale di prendere coscienza dei risultati di questa dirigenza e delle prospettive reali per il nostro partito in questa nuova fase .

Ricordiamo gli obiettivi che il Coordinatore stesso si era dato: “traghettare” il partito verso una stabilità organizzativa e una maggiore presenza nel dibattito politico italiano, ricostituendo quello spirito unitario iniziale che era stato una nostra grande forza, garantendo una forte crescita di adesioni e risorse, recuperando i delusi e conquistando nuove realtà… L’obiettivo doveva concretizzarsi con la tenuta di un nuovo congresso nazionale entro i mesi ottobre – novembre 2013 che mettendo finalmente termine al periodo transitorio ed alle innegabili lotte intestine, esprimesse la nuova classe dirigente cui affidare il futuro del partito.

Abbiamo in questi mesi lavorato e contribuito al dibattito interno alla direzione nazionale affinché gli impegni presi fossero rispettati, contribuendo all’elaborazione di uno Statuto condiviso, che pure avremmo preferito più “federale”. Anche in questa chiave devono essere letti i due precedenti documenti – sulla “strategia politica” e sulla necessità di “un cambio di passo”  – che solo nell’ultimo periodo abbiamo reso pubblici per trasparenza nei confronti dei tesserati e degli aderenti.

Ora, chiediamo a tutta la dirigenza nazionale di Fare, con doverosa presa di coscienza, di prendere atto dei seguenti, innegabili, semplici fatti:

  • La campagna nuovi tesseramenti 2013 prevedeva un obiettivo di  40.000 nuovi soci, di cui 30.000 per attività della presente direzione nazionale e del coordinatore nazionale; siamo all’ 1% dell’obiettivo, un fallimento totale.
  • La campagna raccolta fondi 2013 prevedeva un obiettivo di Euro 1.200.000; malgrado l’assenza di notizie precise, da mesi, su entrate e uscite, si può stimare un risultato tra l’ 1 ed il 3% dell’obiettivo ;
  • La piattaforma di liquidfeedback, supposto asse portante di democrazia interna, non è avviata per carenza di adesioni, con polemiche dimissioni del responsabile;
  • Il fallimento più generale del modello di partito “liquido”, che non è mai nato se non nel senso di abbandonare quello “solido” e reale sul territorio; basti dire che non esiste neppure una sede fisica ove tenere riunioni e fidelizzare gli aderenti, o sottolineare la inefficacia di Direzioni Nazionali “online” sterili o polemiche, con un Coordinatore Nazionale spesso frettoloso e lontano.

 Un partito senza capacità attrattiva e senza risorse è destinato alla rapida scomparsa dalla scena nazionale. Aver posto obiettivi irrealizzabili è grave, ma è imperdonabile non aver saputo ascoltare e adottare misure alternative durante questi cinque mesi, per non condannarci alla marginalità. Siamo tutti consapevoli, infatti, che il compito era difficile e complesso, e a maggior ragione grave è stato l’atteggiamento di chi ha voluto sempre banalizzare e respingere a priori stimoli e critiche costruttive, sempre interpretate come atti di “lesa maestà” .

Ma andiamo oltre:

  • Mancata convocazione del congresso nazionale di ottobre-novembre 2013, per porre fine al periodo transitorio e di incertezza sul nostro futuro;
  • Mancata convocazione dei congressi regionali e nazionali previsti statutariamente per gennaio 2014. Ad oggi, 23 ottobre 2013, non solo i congressi non sono ancora convocati, ma nemmeno sono approvati i regolamenti elettorali, né risulta convocata una direzione nazionale per approvarli, malgrado il termine statutario sia indicato al 30 ottobre 2013;

non possiamo concedere che, come nelle peggiori tradizioni italiche, si tradisca il mandato conferito trasformando in definitivo ciò che doveva essere transitorio per ragioni occasionali e estranee ad una visione politica di lunga durata, finalizzate meccanicamente soltanto ad una possibile partecipazione alle elezioni europee;

proseguendo:

  • Comunicazione penosamente insufficiente nei confronti dei nostri aderenti – sostanzialmente esclusi dopo Perugia da meccanismi partecipativi e di informazione;
  • Comunicazione verso l’esterno inefficace, limitata a 28 comunicati stampa che sono associati ad una sostanziale assenza dal dibattito politico nazionale e dall’informazione giornalistica;
  • Rapporti con il territorio e con le direzioni regionali fuori controllo. Basti considerare il caso Marche, “commissariata” irritualmente dal 28 settembre, la situazione lombarda e il caso Basilicata dove siamo rimasti imperdonabilmente fuori dalle elezioni regionali e a distanza di 4 giorni non ne sappiamo ancora i motivi;
  • Appannamento, se non rigetto vero e proprio, dell’originaria identità del movimento rappresentata dal Manifesto del 28 luglio, sia attraverso la costruzione di disinvolte ipotesi di alleanze, sia nell’incertezza nel coordinamento e nell’indirizzo (in particolare nei tavoli tematici deputati all’approfondimento del programma) sia nella superficialità o assenza di proposta politica, come nel caso della riduzione della spesa pubblica, in materia di concorrenza e libero mercato, e in prospettiva anche sul tema giustizia;
  • Assenza di rendicontazione sulla gestione dei fondi, accompagnata da una sterile e inconcludente polemica sulla gestione passata, volta a nascondere l’attuale inconsistenza delle iniziative di fundraising e di buone pratiche di gestione e informazione;

una dirigenza che non sa dare supporto al territorio,  garantire immediatezza e trasparenza nella comunicazione, elaborare e proporre un programma in linea con i principi ispiratori di Fare è una dirigenza che, se crede nei principi di meritocrazia tante volte sbandierati,  deve assumersi le proprie responsabilità dinanzi alle proprie insufficienze nei risultati, senza arroccarsi su astratte dichiarazioni di buone intenzioni.

  • Infine, la totale inconsistenza del progetto “forneria”/fusione che avrebbe dovuto concretizzare le ambizioni maggioritarie di Fare. Se tutto ciò realizzato sin d’ora è una conferenza stampa con Partito Liberale Italiano, Liberali Italiani, Partito Federalista Europeo, Progett’Azione, Uniti verso Nord, per iniziare a discutere con loro di un programma per le elezioni europee e dar vita ad un ennesimo comitatone elettorale la cui tenuta dipenderà dai voti ottenuti più che dalla reale condivisione di un percorso comune, è davvero ben poca cosa rispetto agli obbiettivi dichiarati. Tale percorso comporta tuttavia un costo politico rilevante: la distruzione del simbolo, del nome e della storia di Fare per Fermare il Declino in nome di obiettivi elettorali contingenti e paradossalmente anche di difficile realizzazione.

Per tutto quanto sopra, riteniamo non procrastinabile per il bene di Fare, che la direzione nazionale e il coordinatore nazionale applichino a loro stessi quei criteri meritocratici che richiedono agli altri.  Se “chi sbaglia paga”, si assuma la responsabilità politica del fallimento rispetto a tutti gli obbiettivi che si era dati pubblicamente in occasione del congresso nazionale di maggio 2012.

Chiediamo quindi che venga posto all’ordine del giorno della prossima direzione nazionale la presente mozione per deliberare:

  1. Le dimissioni di tutti i membri della direzione nazionale e del coordinatore nazionale;
  2. La nomina all’unanimità di un direttorio di 4 membri affinchè sia loro affidata la gestione temporanea del partito con il compito di adottare i regolamenti elettorali e garantire la convocazione dei congressi, nazionale e regionali, da tenersi entro e non oltre il 31 gennaio 2013, con conseguente modifica statutaria sui tempi di convocazione.

Silvia Enrico, Luca Ludovico, Enrico Martial, Diego Menegon, Gianbattista Rosa
membri della direzione nazionale di FARE per fermare il declino

24 ottobre 2013

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Un cambio di passo

Trascorso qualche mese dalle elezioni politiche, dopo faticose elezioni per il Congresso e qualche mese di nuova presidenza, dobbiamo constatare che il progetto di fusione con altri movimenti –  la “Fonderia per l’Italia” – incontra ostacoli che appaiono insormontabili. Difficili i partner e la sintonia, troppo movimentato il quadro politico: in ogni caso la strategia non ha raggiunto i risultati sperati.

Il passaggio decisivo doveva avvenire in questo fine mese di settembre. Dopo vari incontri e partecipazioni alle riunioni e consigli di PRI e PLI, qualche convegno con forze minori di varia natura, diversi contatti sul territorio, i risultati esistono, ma non sono sufficienti al progetto. Un documento comune è sottoposto a troppe limature, non annuncia la fusione e forse neppure le alleanze a termine. I partner sono troppo piccoli e pieni di dubbi, in alcuni casi rappresentano visioni della politica e dell’economia distanti da quelle di Fare. Quelli più importanti e a noi affini non partecipano.

I passaggi previsti per il mese di ottobre non si possono fare, occorre più tempo. Fallito il progetto di “Forneria”, il Congresso annunciato a ottobre e poi promesso ancora a Monza per novembre non si farà. L’ultima dichiarazione della presidenza lo segnala a gennaio, ma si intuisce all’orizzonte di febbraio, forse marzo.

Con le elezioni europee in primavera, vi sono poche speranze di mettere insieme un movimento capace di affrontare la sfida: è escluso il superamento dello sbarramento nazionale del 4% con FARE+PLI+PRI+piccoli movimenti. Siamo freddi anche sulle prossime elezioni amministrative, a cui rimedia fortunatamente l’iniziativa spontanea dei comitati e dei territori. Siamo esterni al perimetro del dibattito politico nazionale. Soprattutto, non si prefigura un’alternativa all’idea di fusione, non c’è un piano B, un progetto sostitutivo. Si può solo prender tempo.

Anche il programma generale stenta a realizzarsi. I 40.000 nuovi iscritti restano un miraggio, così come le nuove risorse finanziarie, stimate in importi di milioni di euro. Anche l’annunciato “liquid feedback” è sostanzialmente inutilizzato e privo di influenza. Ciò malgrado, a livello locale e in molte occasioni, gli iscritti e i simpatizzanti si dedicano con impegno, passione ed intelligenza alla crescita di Fare. A loro dobbiamo essere tutti riconoscenti.

La linea politica

Eppure condividiamo un progetto politico e un programma di rinnovamento del Paese, sulla riduzione della spesa pubblica, sulla riduzione delle imposte, sulle opportunità e la meritocrazia, e quindi anche su una società aperta e più giusta.

Tuttavia il programma dei dieci punti sembra scomparso dai radar. A buona ragione i fattivi scalpitano, o si nascondono. La domanda di politica e di azione non è mutata, è sempre viva e determinata ed è anche cresciuta. Per rivederla al lavoro, la linea politica e il comune indirizzo devono ritrovare il loro posto nel movimento. Occorre dunque un netto cambio di passo sull’indirizzo politico, occorre tornare allo slancio originario.

Questo Paese ha bisogno del nostro messaggio, della sua dimensione occidentale ed europea. Le idee del movimento devono riprendere e svilupparsi dal Manifesto del 28 luglio 2012 e i dieci punti – dove un pezzo del Paese ha visto una luce e una speranza. E’ un messaggio che va approfondito e articolato nel mutare dello scenario politico, ma che deve tornare a farsi sentire. Dobbiamo non solo criticare ma anche proporre: come abbiamo fatto in passato, e con successo. Insomma, dobbiamo rimetterci in movimento.

Un cambio di metodo

E non basta riprendere un chiaro indirizzo, occorre anche un cambio di metodo.

Dobbiamo superare l’improvvisazione, i toni sbagliati con gli interlocutori politici, dileggiati e allo stesso tempo ricercati come partner per una possibile fusione. Dobbiamo superare lo scontro a favore del dialogo, abbandonare il linguaggio troppo acceso.

Dobbiamo trarre beneficio dall’esperienza comune e difficile di questi mesi, della campagna elettorale e del dopo-Congresso. Siamo stati condizionati dal contesto: durante la campagna, dall’urgenza e in qualche caso dalla fretta; durante la fase congressuale da un sistema fondato sulla contrapposizione. Abbiamo bisogno di un metodo più maturo e solido, che sia migliore di quello dei tempi della campagna e di quello degli ultimi mesi.

Dobbiamo ritrovare uno slancio comune rispettoso di tutte le posizioni, un metodo inclusivo e di ascolto, ma anche capace di decidere e di assumerne la relativa responsabilità. I nostri interlocutori esterni vanno ascoltati, e con loro va individuata l’area del possibile e della mediazione, con rispetto e comprensione.

Una nuova iniziativa politica deve preparare una ripresa dell’attività su basi più solide, con la fermezza, la pacatezza e la forza che i tempi richiedono.

Non possiamo tenere il movimento al palo, non possiamo aspettare fino a primavera inoltrata. Dobbiamo ridare un senso all’attività sul piano politico, caso per caso, Regione per Regione, nei Comitati che sono in grado di riavviare le iniziative.

Davvero, occorre un cambio di passo.

Enrico Martial, Gianbattista Rosa, Silvia Enrico
Membri della Direzione nazionale
FARE per fermare il declino

2 ottobre 2013

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